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EDITORIALE
I talenti
14/05/2010

La parabola dei talenti mi ha sempre intimorito e affascinato: intimorito, per la severa punizione impartita al servo codardo e indolente, incapace di far fruttare il suo unico talento; affascinato, per la molteplicità di insegnamenti contenuti nella parabola.
Intanto poiché i talenti vanno intesi - direbbe l’economista - come capitale umano e non economico, la parabola richiama la cultura dell’eccellenza cui tutti dovremmo tendere: non sono previste, infatti, "soglie di esenzione" rispetto al numero di talenti posseduti. La parabola, inoltre, rinvia alla cultura del merito che, tuttavia, non può trovare applicazione in assenza di una cultura della valutazione diffusa e condivisa.
Il nostro operato, lungo tutto l’arco dell’esistenza, è soggetto al giudizio di qualcuno che ci premia o ci punisce in base ai risultati ottenuti. Mentre questi ultimi dipendono dalla quantità e qualità dell’impegno profuso, il loro riconoscimento dipende anche da quello di chi giudica: infatti, valutare l’operato degli altri con equità e competenza è faticoso. Lo sa bene chi, oltre a essere valutato, è chiamato a valutare. In particolare, chi ha il compito di educare sa che, più delle "prediche", conta l’esempio: se l’educando capisce che l’educatore non è autorevole, considererà di scarso valore sia i suoi insegnamenti che il suo giudizio.
Le drammatiche vicende di queste settimane dimostrano che anche i debitori sovrani, come i servi della parabola, devono render conto a un padrone esigente: il mercato dei capitali. Quest’ultimo, prima di concedere nuovi prestiti ad alcuni Paesi dell’Area euro, tra cui il nostro, intende vagliarne attentamente il merito creditizio, tenendo ben presenti gli abusi comprovati dall’enorme debito accumulato.
Ci attendono tempi cupi: li potremo superare seguendo l’esempio dei servi virtuosi. Dovremo non solo generosamente impegnarci di più individualmente, ciascuno nel proprio ruolo, ma anche esigere lo stesso dagli altri favorendo, così, un maggior impegno collettivo. Su quest’ultimo saremo chiamati, diversamente dal passato, a vigilare con rigorosa attenzione.
Viaggiare in "prima classe" - come ha detto il Ministro Tremonti qualche giorno fa - non ci mette al riparo dalle conseguenze, potenzialmente catastrofiche, della crisi in corso: semmai accresce l’importanza di essere d’esempio agli altri.

Stefano Cenni

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