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CULTURA
Gaggi tra i finalisti del premio Ceppo
E' docente di Storia e Filosofia al Liceo Linguistico di Imola dal 2001
05/02/2010
«Ma come? Sui giornali nazionali l’annuncio è già apparso e noi neppure lo sappiamo?». Così commentano i docenti dell’Istituto Alessandro da Imola la notizia sul 54° premio letterario nazionale "Ceppo", che vede tra i dieci finalisti Francesco Gaggi con il libro "Publiners". Gaggi vive a Cesena ma è docente di Storia e Filosofia al Liceo Linguistico di Imola dal 2001. E’ stato giornalista, ma alle spalle ha avuto una lunga esperienza universitaria, prima a Bologna come brillante allievo di Ezio Raimondi, poi a Venezia: a Ca’ Foscari ha vinto un dottorato di ricerca di quattro anni in Letteratura Italiana che lo ha portato a occuparsi di antropologia del racconto, ovvero di come la narrazione veicoli un modo per ordinare, capire e pensare il tempo.
Gaggi a quando risale la sua vocazione di scrittore?
Fin da piccolo avevo in mente l’idea, poi diventata passione, di scrivere. Naturalmente le pubblicazioni accademiche mi hanno impegnato per molti anni. Ma intanto scrivevo racconti e poesie, premiati poi in concorsi locali. Quest’anno ho deciso di pubblicare la mia prima raccolta di cinque racconti, Publiners, uscita a settembre per Fara di Rimini. Poi ho pensato: perché non concorrere al premio Ceppo?  È uno dei più significativi e prestigiosi premi letterari italiani. E’ un po’ il Campiello della Toscana. E il mio tentativo coraggioso è andato a buon fine. Per un esordiente come me e per una piccolissima casa editrice è già un successo straordinario essere arrivati in finale.
Cosa c’è tra le pagine di Publiners?
Si tratta di cinque racconti che assommano vari e differenti stili di scrittura: dal dialogo alla poesia, dal monologo teatrale al saggio, alla narrativa tradizionale. C’è un po’ di tutto e questa pluralità di stili, di generi e di temi riflette un po’ la mia passione onnivora nei confronti della vita e della cultura. Il termine è una parola inventata da me sulla falsariga di Dubliners (Gente di Dublino) di James Joyce. Indica l’essere pubblici, cioè l’apparire, che caratterizza i rapporti sociali oggi.
Chi sono i protagonisti?
Personaggi che popolano quadri e manifesti, figure che si muovono e agiscono in mondi immaginari e inverosimili comportandosi in modo stravagante e imprevedibile, come in un sogno: il sogno, il delirio bislacco, felliniano, sono metafore del reale. E questo per cercare un senso e rendere umano e abitabile il tempo e in ultima istanza la vita.
Quali i progetti per il futuro?
Ovviamente dopo il premio Ceppo punterò direttamente al Nobel... con  un grande romanzo multiforme, polimorfo, surreale e bislacco, che raccolga un po’ tutto quello che ho da dire di significativo sulla vita. Ci metterò almeno altri dieci anni per scriverlo: sono lentissimo avendo una cura maniacale e ossessiva per la forma. Poi potrò morire finalmente in pace (in senso, spero, soltanto metaforico).


Carla Cardano

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